attacco di panico e la paura di averlo.

Peggio della paura c’è solo la paura della paura, la «fobofobia». L’attacco di panico e la paura di averlo. Una malattia sempre più diffusa, forse perché la si riconosce meglio e prima che in passato, forse perché è la malattia-emblema di questo mondo pazzesco preda dei Tg, del terrorismo e delle catastrofi climatiche

.Una malattia che asseconda le stagioni. È Capodanno, si viaggia. Ma c’è chi non riesce a salire sull’aereo, prendere il treno, infilarsi in un tunnel, fare lo struscio per strada. A un tratto, da una profondità insondabile, lo assalgono palpitazioni, sudorazione, tremore, senso di soffocamento, estraneità, distacco dalla realtà.

La certezza di morire. «Una bugia del cervello», dice Rosario Sorrentino, 49 anni, fondatore e direttore dell’Ircap (Istituto di ricerca e cura degli attacchi di panico della clinica Pio XI di Roma), da vent’anni impegnato a fare come il marinaio Marlow con i tanti Lord Jim che bussano al suo studio.

Il vecchio lupo di mare restituisce al protagonista del capolavoro di Joseph Conrad, forse il più bel romanzo sulla paura, la fiducia persa gettandosi dalla nave sulla quale era comandante in seconda, abbandonando al loro destino equipaggio e passeggeri, per poi scoprire che la nave galleggia benissimo e non c’è pericolo. Sorrentino prescrive farmaci, a volte una psicoterapia breve.

È un neurologo, non uno psicologo o psicanalista. La psicanalisi a suo dire rischia di essere la beffa nella beffa, impedisce di aggredire il male, erodendo così quel residuo di autostima che consentirebbe al paziente di reagire.

Ma cos’è un attacco di panico? «Un’esperienza sconvolgente, un incontro ravvicinato con un profondo senso di morte. Da allora la vita cambia radicalmente. La persona scopre di essere vulnerabile, fragile, la sua esistenza appare precaria. La prima volta si può finire al pronto soccorso e il medico o non capisce o dice che non è niente, è “solo” un attacco di panico.

Ma da allora la fobia della paura costringe a vivere nell’angoscia della via di fuga, avere sempre la exit strategy».Come quella paziente da dieci anni in analisi che arrivò in clinica in pieno inverno con la pretesa d’essere visitata all’aperto, sulla piazzola. «Finì che il marito dovette presidiare l’ingresso mentre lei ispezionava l’interno per garantirsi l’esistenza di un’altra uscita, solo allora entrò e poi se ne andò in tutta fretta per la paura di restare in trappola e morire di paura».

O come l’eremita metropolitano che per dieci anni visse in un’automobile davanti al Policlinico. O come i cantanti e attori che hanno rivelato d’aver patito di attacchi di panico e pubblicamente ringraziato Marlow-Sorrentino: Alessandro Gassman e Franco Califano. Già, perché la paura della paura colpisce spesso personaggi dello spettacolo sottoposti allo stress da esibizione, da performance.«Quello di Califano è un caso esemplare – spiega Sorrentino – perché all’inizio rifiutava tenacemente l’idea di soffrire di attacchi di panico, che però lo colpivano durante i concerti, un conflitto che poteva compromettere il rendimento artistico.

È importante che sia diventato un testimonial spontaneo della necessità di intraprendere la strada dei farmaci, che non solo in poche settimane migliorano nettamente la qualità della vita riducendo frequenza, intensità e durata degli attacchi, non solo scongiurano la cronicizzazione, ma stimolano la plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di trovare da sé soluzioni per riparare o recuperare l’equilibrio perso».

Nel momento di crisi succede che «nel cervello viene allertata una sentinella, un radar, un sensore della paura, l’amigdala, un corpuscolo a forma di mandorla presente nel lobo temporale di ciascun emisfero». Un interruttore del panico, che legge segnali di pericolo laddove il pericolo non c’è. Di questi attacchi «non si muore mai», ma si fatica a vivere.Critiche le vacanze. «La paura dell’aereo è la punta dell’iceberg, non offre vie di fuga.

Un paziente una volta mi ha detto molto seriamente che avrebbe preso il volo solo se gli avessero dato un paracadute e permesso di lanciarsi. L’attacco può contagiare anche gli altri abitanti della piccola comunità casuale che si forma in aria». Altri luoghi a rischio: ristoranti, banche, supermercati, metropolitana, in generale la città con le sue tante barriere architettoniche, e cinema, teatri, ascensori…

Più colpite le donne tra i 16 e i 45 anni sotto stress, le persone che cambiano attività, subiscono un trauma, hanno problemi in famiglia o sul lavoro. Può essere il mobbing la causa scatenante. O la cannabis troppo forte. È difficile per chi sta accanto, per il senso d’impotenza davanti a manifestazioni plateali di paura immotivata. Bisogna dar sicurezza, assumere un atteggiamento protettivo. «Dopo, quando la crisi sarà superata, il rapporto di coppia sarà ancora più forte». Non solo il panico è democratico, colpisce tutti. È anche un buon volano per l’amore.

LE SENSAZIONI
«Sembra di essere staccati dal corpo»

Che cosa è?

Il Dap, o attacco di panico, è caratterizzato dall’improvviso verificarsi di un senso di paura immotivata durante le normali attività quotidiane.
L’intensità
La maggior parte degli attacchi di panico raggiunge la massima intensità entro dieci minuti.

I sintomi

Alcuni presentano il fenomeno della depersonalizzazione ossia hanno la sensazione di trovarsi all’esterno del proprio corpo e di guardarsi dall’alto. Altri hanno invece la sensazione che il proprio corpo sia irreale, in questo caso si parla di derealizzazione.
L’ereditarietà
Esiste una predisposizione genetica e quindi familiarità per questo disturbo.

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