Calabria, alzheimer e liberta’ vigilata

calabriaIl recente attentato della Ndrangheta alla sede della procura generale di Reggio Calabria ha richiamato l’attenzione della nazione su questo problema.

Il nostro Paese soffre del morbo di Alzheimer in relazione a certe problematiche e ogni volta e’ come se si scoprisse per la prima volta l’esistenza della mafie.

In Calabria per esempio anni fa e’ stato ucciso il Vicepresidente del consiglio regionale nel giorno delle Primarie dell’Unione in un seggio di voto in pieno centro a Locri, il massimo per dare visibilita’ ad un evento, l’omicidio di un uomo delle istituzioni, gia’ di per se’ eclatante di suo.

E’ cambiato qualcosa in quella regione?

Niente!

Quindi puo’ essere un problema per le cosche fare un attentato al Tribunale di Reggio per mandare messaggi?

Macche’, figuriamoci!

In Calabria le persone vivono in liberta’ “vigilata” nel senso che possono fare quello che vogliono in ogni campo a patto di non dare fastidio e problemi ai detentori della “Golden Share” sulla vita di ognuno: ossia i membri della cosca del luogo nel quale si vive o si opera.

E’ patetico vedere gli attori della vita politica, sociale, culturale di quella regione discernere su temi di lana caprina, ignorando il vero stato delle cose, il quale e’ ben conosciuto da chiunque vive in quella terra.

Se Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio Calabria, candidato alla Presidenza della regione ebbe a dire che “«Napoli e Reggio Calabria sono città molto diverse, Reggio ha i problemi di una città media ma è fra le più sicure d’Italia, al di là della ‘ndrangheta: questo è importante anche nella logica dello sviluppo turistico di un territorio.

Da noi si può camminare per strada a qualsiasi ora, di giorno e di notte» (fonte), si puo’ avere la misura del gradi di profondita’ raggiunto dagli struzzi calabresi nella loro ostinazione a voler mettere la tesat sotto la sabbia pur di non affrontare e risolvere il vero e unico problema che dovrebbe essere risolto per risollevare la terra calabrese dal baratro e donarle non un futuro, ma almeno l’illusione di poterlo avere.

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