Charles Bukowski, a 17 anni dalla sua morte

Forse nessuno lo sa. Sicuramente nessuno lo ricorda. Il 9 marzo del 1994 moriva Charles Bukowski, uno di quelli della Beat Generation per intenderci, anche se lui non si definiva tale e anzi ripudiava profondamente (come qualsiasi artista d’altra parte) tale etichetta.

L’opera di Bukowski è fantastica, si potrebbe azzardare a dire sublime, perchè non aspira assolutamente a niente. E’ l’amore per la scrittura disinteressata, il racconto di una vita trascorsa sul precipizio del nichilismo e in fondo solo sfiorata da una scintilla di edonismo. Qua e là una prostituta, poco dopo una giocata ai cavalli e lo sfondo perpetuo di un’esistenza vissuta accanto all’ingombrante presenza dell”alcool, vero e unico compagno di vita.

Ma se Chinaski, come amava chiamarsi all’interno delle sue opere, non desiderava altro che raccontare la vita miserabile di un miserabile americano, costretto (o forse no?) a vivere ai bordi della società, non c’è riuscito. Non è riuscito ad ottenere il suo scopo, che risiede appunto nel non avere scopo.

Dietro all’opera di Bukowski c’è molto: c’è, ad esempio, un certo simpatico scoraggiamento nei confronti dell’uomo e del suo inspiegabile istinto a mescolarsi con altri uomini perdendo se stesso dietro ad una formalità o a una risposta aggressiva strozzata in gola.

L’insegnamento di Bukowski è che per essere davvero se stessi, per esistere come uomini in mezzo agli uomini, occorre abbattere le formalità e lasciare che tale risposta aggressiva non resti strozzata in gola, ma che voli libera, lasciando spazio, nella gola, all’alcool. Bukowski lascia la sua filosofia di vita nelle opere e infine sulla tomba.

“Don’t try”, si legge sulla lapide; non provare. E’ questo il significato con cui il vecchio Buk ha provato a dirci che la creatività, così come uno stile di vita “anarchico”, non vanno ricercati, ma vengono da soli, perchè rappresentano la natura più profonda dell’uomo.

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