Come leggere le opere della letteratura italiana: Elio Vittorini

Come “leggere” Elio Vittorini

Osserviamo intanto che l’opera multiforme di Elio Vittorini, siracusano (1908-1966), non è comprensibile se non si tiene conto della lunga attività dello scrittore tesa al rinnovamento non solo della narrativa, ma anche della cultura e del costume italiani.

L’esperienza più significativa di Vittorini fu la fondazione di un periodico, “Il Politecnico” (1945-1947), che sviluppò un vasto e ambizioso programma culturale, tendente a toccare i più vari settori della conoscenza, dall’arte alla scienza, dalla filosofia alla critica letteraria, dalla storia economica agli aspetti ideologici suscitati dal marxismo.

“Il Politecnico” ebbe un programma non solo vasto, ma anche un obiettivo concreto: agire sulla società per una trasformazione di essa. Sin dall’inizio Vittorini, sul versante letterario, insistette sul concetto che la letteratura non dovesse avere una funzione “consolatoria” rispetto alle mille sofferenze individuali e sociali, ma si imponesse l’obiettivo di “prevenire” con delle proposte fattive le storture della società: di qui l’insistenza sull’ “impegno” dell’intellettuale volto a cambiare la situazione, in stretta collaborazione con le classi lavoratrici e operaie in modo particolare.

E’ da questo progetto di collaborazione tra intellettuale e lavoratori, nascono in Vittorini anche profonde esigenze linguistiche. La lingua della letteratura dev’essere in qualche modo “strumentale” rispetto ai grandi obiettivi riformistici, e quindi deve cercare di entrare in contatto con la gente comune.

Tuttavia, la nuova lingua letteraria non deve risultare alla fine “scialba”; pur senza essere eccessivamente “tecnica” e neppure troppo “divulgativa” deve comunque essere in grado di rendere “accessibili” a un pubblico larghissimo i grandi temi che la società contemporanea poneva sul tappeto. Ma c’è un altro aspetto che Vittorini sottolinea a proposito del lingua “nuovo” per una letteratura “nuova”: il “tono poetico”.

Ovvero la lingua non deve rifuggire dalla parola poetica, perché essa è più “profonda” rispetto a quella comune, e quindi veicola sensazioni e sentimenti che impattano più e meglio con le esigenze morali, spirituali e “concrete” di chi legge. Vittorini quindi insiste costantemente sul concetto di letteratura “attiva”, “impegnata”, “accessibile”, “narrativa” ma anche “poetica”, con lo scopo fondamentale di stimolare la società a combattere per ottenere significative trasformazioni, sociali e culturali.

Al proposito di concretizzare i programmi  teorici nelle opere, Vittorini scrive un romanzo che sarebbe stato un po’ il suo “Manifesto”: “Conversazioni in Sicilia” (1939), che narra la storia di un nostalgico e favoloso ritorno alla terra dell’infanzia, la Sicilia: una viaggio che è anche una “conversazione” col quel mondo, rivissuto tra presente e passato, tra memoria, fantasia, e progetti per il futuro.

In questo “romanzo manifesto” Vittorini concretizza la sua idea di letteratura: cosicché gli aspetti saggistico-narrativi si sposano a forti tensioni morali e a un linguaggio che sfocia in più occasioni in toni fortemente poetico-allusivi, senza peraltro rifuggire dalla lingua comune e quotidiana che ne costituisce l’elemento più evidente: un linguaggio, insomma che è mezza strada tra la “naturalezza” della “conversazione” e l’allusività simbolica della poesia. Un esempio, preso dalla pagina inioziale del romanzo:

” Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica c’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto… Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete”.

Il tono del passo è, come si vede, di grande semplicità, ma anche fortemente poetico-allusivo. Cos’erano questi “furori” che egli si sentiva dentro? Essi non erano “concreti”, non nascevano cioè da un fatto particolare o contingente, ma dalla situazione in generale (“il genere umano perduto”, i “massacri sui manifesti dei giornali”: la guerra era scoppiata), resa ancora più cupa dall’allusione a un cielo grigio che mandava pioggia senza fine, simbolo di una cupezza che grava, senza “speranza e quiete”, su una realtà tragica che avrebbe coinvolto anche l’Italia nelle spire della seconda guerra mondiale.

In conclusione, gli aspetti fondanti della poetica di Vittorini rispetto alla funzione  della narrativa sono i seguenti:

  • Lo scrittore deve sentirsi coinvolto e “impegnato” nel rinnovamento della società.
  • La scrittura deve essere semplice e accessibile, ma non eccessivamente “divulgativa”.
  • La parola poetica, profonda, simbolica e allusiva, impatta meglio con l’immaginario del lettore, e quindi dev’essere un ingrediente sempre presente nella narrativa.

Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

One Response

  1. antonella zatti 23 aprile 2009

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