Come si studia la storia: il Risorgimento

La Storia e le sue interpretazioni [1°]: il Risorgimento

La storia è una scienza-materia che persegue metodi diversi nel suo farsi; però  ha un impatto sociale enorme, per cui è lecito cercare di inquadrarne le corrette implicazioni conoscitive.

Il fine che persegue questa serie di articoli è quello di individuare sia il ruolo fondamentale della storiografia, intesa come un “pensare” intorno ai grandi fatti storici, sia, anche, i suoi limiti, perché la storiografia è libera nella scelta delle fonti documentarie da prendere in considerazione, e pertanto, a seconda di come lavora lo storico, ne emergono spesso conclusioni a volte molto diverse.

E’ noto infatti che ogni storico ha un suo orientamento politico; cosa che lo porta a prendere in considerazione determinati tipi di fonti, le quali, potendo essere intrise di una forte soggettività, possono condurre, intorno ad alcuni eventi, a risultati estremamente divergenti. E’ altresì vero che la storiografia è assimilabile a una scienza quando invece prende a studiare le fonti storiche, delle quali deve saper rendere “filologicamente” il senso, attraverso una corretta lettura di esse sotto l’aspetto linguistico e storico.

In questi articoli prenderemo in esame la storia contemporanea, perché ritengo possa di più coinvolgere il lettore. Partirei, in questo primo nostro approccio, dall’Italia e da un tema su cui ancora oggi si discute con una certa passione, il Risorgimento, momento essenziale da cui sarebbe scaturita l’Italia contemporanea, diretta erede di quegli uomini e di quei tempi.

Il dibattito sul Risorgimento e sul suo valore nacque quasi subito. Vedremo in primo luogo come fu visto negli studi fra Otto e Novecento e, quindi,  si discuterà anche intorno a un tema di notevole interesse anche oggi: l’uso “politico” che si può fare della Storia del Risorgimento. Diciamo in via preliminare che l’operazione messa in atto subito dopo l’Unità d’Italia fu tesa a “eroicizzare” l’età del Risorgimento e i suoi protagonisti, ridotti nella storiografia italiana a “monumenti” venerabili e intoccabili: essi furono in qualche modo “spiritualizzati”; “profeti” li definì Gentile. Vennero pertanto messe tra parentesi le potenti ragioni economiche che spinsero all’Unità, o il fatto che il Risorgimento riguardò l’élite sociale ed economica del Paese,  mentre ne furono essenzialmente esaltate le ragioni ideali: libertà, Unità, indipendenza dallo straniero, fede religiosa, sentita quest’ultima come “cemento” fra gli italiani.

Mazzini e Gioberti divennero un po’ i sacerdoti dell’Unità e propugnatori della religione, sentita come valore  aggregante. Successivamente, come vedremo, i fatti e gli uomini del Risorgimento vennero indagati sotto altre ottiche, ma, nel complesso, l’idea “eroica” del Risorgimento resistette a lungo, molto a lungo, tanto che M. Isnenghi parlò dell’instaurarsi in Italia di una “tradizione agiografica” talmente forte per cui i ragazzini a scuola studiavano il Risorgimento non come esso fu in realtà, ma come si sarebbe voluto fosse stato. La cosa non va vista però in un senso del tutto negativo: le classi dirigenti post-risorgimentali erano perfettamente consapevoli che il Risorgimento era stato un fatto, come dicevamo, di élite, e che rimasero fuori i contadini, ovvero l’80% della popolazione italiana; si trattava quindi di operare, dopo l’Unità, una sorta di “sutura” tra Stato e popolo.

La cosa funzionò? Nonostante il giornalismo politico si fosse dato un gran da fare per veicolare messaggi “aggreganti”, v’era un grave elemento ostativo al “passaggio” delle idee risorgimentali verso il popolo: la scuola dopo l’Unità prevedeva un obbligo scolastico (mai osservato) fino alla seconda elementare, e la stragrande maggioranza della popolazione italiana era analfabeta.

Cosicché, conclude Isnenghi, a quanti gridavano “libertà e indipendenza”, la risposta delle plebi rurali affamate era la seguente: ” Polenta! Polenta!”.

Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

Nota

Per una visione storiografica relativa alla “spiritualizzazione” del Risorgimento, ottimo strumento di approfondimento, con larga quantità di riferimenti storiografici è il cap. “Mazzini, Gioberti e il Risorgimento”, in C. Bonanno, “L’età contemporanea nella critica storica”, Padova, Liviana, 1973 e successive edizioni, pp. 53-61. Per la tradizione “agiografica” del Risorgimento, cfr. M. Isnenghi, “L’Unità italiana”, in AA.VV., “Tesi, Antitesi. Romanticismo-Futurismo”, Messina-Firenze, D’Anna, 1974.

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