Come studiare la letteratura italiana: l’endecasillabo

Oggi la lettura “metrica” dei versi italiani è abbastanza disattesa, anche perché essa presuppone nozioni talvolta difficili da ricordare, e soprattutto da mettere in pratica.

L’articolo che segue ha invece la presunzione di presentare al lettore delle tecniche semplici da memorizzare, e che soprattutto permettono in brevissimo tempo di diventare “esperti” di metrica e di leggere i versi italiani secondo la norma antica, nel rispetto delle regole.

Inizieremo la nostra disamina dal verso endecasillabo. In via preliminare si fa rilevare che tale verso è molto lungo (undici sillabe), e che pertanto presuppone la presenza di almeno una “pausa” a metà del verso. Di norma la pausa principale di metà verso viene indicata graficamente con due stanghette verticali ( || ), mentre per le pause “secondarie” si usa una stanghetta ( | ). Entriamo subito nel cuore del problema.

Come faccio a sapere, a “colpo d’occhio”, mentre leggo l’endecasillabo, dove devo inserire la pausa? Si segua il seguente “vademecum” e si vedrà che, pur agendo empiricamente, è molto difficile sbagliare. Quindi, molto rapidamente, se si vuole sapere dove inserire la pausa o più pause, si verificherà la presenza dei seguenti elementi:

1) se nel verso sono presenti segni di interpunzione, lì cade la pausa. Nel caso in questione la cosa è semplice: le pause della voce devono essere effettuate dopo i segni di interpunzione

( normalmente una virgola).Esempi:

Lo giorno se n’andava, || e l’aere bruno

Da le fatiche loro,|| e io,| sol uno

Ed una lupa,|| che di tutte brame

2) La pausa cade invariabilmente dopo parola tronca, che cioè porti l’accento sull’ultima sillaba: troncò, mandò, finì. Esempi:

O donna di virtù|| sola per cui.

Ma poi ch’i’ fui al piè || d’un colle giunto.

Ma tu perché || ritorni a ranta noia?

Questi non ciberà || terra né peltro.

Questi la caccerà || per ogni villa.

La pausa cade anche invariabilmente dopo parola che abbia subito un troncamento, ovvero la perdita di una vocale in fine di parola. Esempi:

“Nel mezzo del cammin|| di nostra vita…”. “Cammìn” è infatti troncamento di “cammin[o]”, essendo caduta la “o” finale. E’ il caso più frequente nei poeti della nostra tradizione. Altri esempi:

Ahi quanto a dir || qual era è cosa dura.

A te convien || tenere altro viaggio.

E vederai color || che son sospesi.

Si fa notare che per parola tronca s’intende anche quella parola che esce con vocale tonica (che porta accento) + vocale atona (senza accento). Es.; assài (a tonica e i atona). In pratica si verifica con le parole piane ( accento di penultima) : vedrài, , avéa, guardài. In questi casi  è prevista la pausa:

La notte ch’i passài || con tanta pièta..

E non mi si partìa || dinanzi al volto.

Tu se ssolo colùi ||  da cui io tolsi.

Ove udirài || le disperate strida.

Andovvi pòi || lo Vas d’elezione

3) La pausa è costante in Sinalèfe, parola difficile ( da synaloifé=fusione),  per dire che la “figura”  compare  quando vi è vicinanza contigua di due parole: una che finisce in vocale e una che inizia con vocale. Ci sarebbe un lungo discorso da fare, ma, in pratica succede che quasi sempre si ha pausa in sinalèfe. Esempi:

Poi che il superbo || Iliòn fu combusto.

Di quella umile|| Italia fia salute.

In tutte parti || impera e quivi regge.

O muse o alto|| ingegno or m’aiutate.

Qual è il “senso” della presenza maggiore o minore delle pause nell’endecasillabo? Il seguente: con la presenza della sola pausa a metà verso, si ha una lettura “di slancio”, molto rapida del verso stesso. La presenza di più pause sta a indicare che il poeta “rallenta” volutamente la lettura, perché invita il lettore a riflettere attentamente sul concetto che esprime. Esempio di lettura “veloce” e al tempo stesso “rallentata” nella prima terzina di apertura della “Commedia”:

Nel mezzo del cammìn|| di nostra vita

Mi ritrovài || per una selva | oscura

ché | la diritta via || era smarrita.

Così, mentre Dante nel primo verso dice “velocemente” “quando” gli è capitato il fatto, nei versi seguenti “rallenta” un po’ perché fa riflettere sul “luogo” simbolico in cui si era arenato [selva oscura=peccato], e perché gli era successo, “perché…| la via del bene…| aveva smarrito”.

Bene, adesso che sapete tutto, prendete in mano la “Commedia” e leggete “metricamente”, come gli antichi, l’endecasillabo dantesco. Concludo dicendo che le “regoluzze” qui date non valgono solo per Dante, ma per tutta la poesia della nostra tradizione fino a oggi. Alla prossima!

Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

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