Crisi Nord-Africa: attenzione ai Fratelli Musulmani

L’occidente esulta per la caduta di dittatori e “presidenti a vita” arabi, dalla Tunisia all’Egitto e, prossimamente, in Libia.

Il sostegno ai rivoltosi di Tunisi, Il Cairo, Bengasi e Tripoli è legittimo: popoli tenuti per anni (24 nel caso di Ben Ali in Tunisia, 29 nel caso di Mubarak in Egitto e addirittura 43 nel caso di Gheddafi in Libia) in stato di minorità, controllati da polizie segrete feroci e, in molti casi impoveriti da tiranni arricchitisi a loro spese finalmente, in un impeto di orgoglio (o di disperazione) tentano, riuscendoci, di riprendere in mano il proprio destino e di liberarsi da gioghi pesantissimi.

Questo è, almeno, quanto può apparire a prima vista e quanto, soprattutto, viene percepito in occidente. E potrebbe non essere una percezione sbagliata, se i processi che seguiranno la caduta di poteri oligarchici e personalistici porteranno all’instaurazione di reali democrazie rappresentative.

Ma bisogna fare attenzione e chiedersi se ciò è quanto i protagonisti delle rivoluzioni di popolo realmente desiderano. Se, infatti, in Tunisia (e, ancor prima, ma con minor successo, in Algeria), le sommosse popolari hanno avuto una causa prima molto chiara, legata alla crisi globale e al rincaro dei prezzi dei generi alimentari, a partire dalla “rivoluzione egiziana” le questioni in gioco possono essere state più profonde e meno chiare.

Certo, anche l’Egitto stava vivendo una fase economica difficile e l’effetto domino tunisino è evidente nelle insurrezioni iniziali, ma, nel corso delle proteste che hanno porta all’esautorazione di fatto di Mubarak dal governo, si sono insinuate componenti molto più oscure e pericolose, legate a giochi politici e lotte di potere.

Chi ha preso le redini dei rivoltosi? Il nome che è circolato più insistentemente sui media europei e americani è quello di Al Baradei, un moderato filo-occidentale. Almeno inizialmente. Poi, sempre più insistentemente, si è cominciato a parlare di altri personaggi e, soprattutto, di un’organizzazione internazionale, tentacolare che stava alle loro spalle: quella dei Fratelli Musulmani.

Chi sono questi Fratelli Musulmani? La loro storia parte da lontano, dal 1928, anno in cui sono stati fondati, proprio al Cairo, da Hassan Al Banna e in cui si sono dati uno statuto ben condensato nel motto dell’organizzazione: “Allah è il nostro obiettivo.

Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza”. Si tratta, insomma, di un gruppo fondamentalista islamico contrario ad ogni forma di occidentalizzazione, indirizzato allo sviluppo di una “democrazia islamica” (per intenderci, guida teocratica dello Stato sul modello iraniano, introduzione integrale della Sha’aria nel codice penale e civile, panislamismo e giustificazione di ogni forma di Jihad) e ramificatosi, nel tempo, in quasi tutti i Paesi arabi. In Egitto, dopo essere stato alla base della rivoluzione del “Liberi Ufficiali” nel 1952, è stato combattuto da Nasser, usato variamente da Sadat e tenuto sotto stretta osservazione da Mubarak, ma questo non gli ha impedito di ottenere, secondo un sondaggio del 2009, oltre il 32% dei consensi popolari e di essere la vera forza propulsiva delle recenti rivolte.

Ciò che più conta è che la Fratellanza è presente praticamente ovunque, spesso nascondendosi sotto nomi diversi, e vanta appoggi potentissimi in tutto il mondo islamico. Tenendo conto di ciò e del fatto che la Libia tra tutti i Paesi nordafricani è stato quello la cui popolazione meno ha sofferto dal punto di vista economico gli effetti della crisi, non è assurdo pensare che nelle rivolte di Tripoli, Bengasi e Misurata (così come in quelle in altre Nazioni a maggioranza islamica) più che un effetto emulativo forse un po’ troppo immediato si possa vedere  lo zampino dei “Fratelli”.

La Fratellanza è, d’altra parte, presente in Libia almeno dal 1979 (dal 1993 con il nome di “Fratelli Musulmani Libici“) e non hanno mai nascosto il suo odio per Gheddafi (che l’ha sempre duramente osteggiata) e il suo sogno di uno Stato islamico, quello stesso Stato islamico a cui inneggiano molti dei manifestanti che oggi innalzano la vecchia bandiera del regno di re Idris.

Insomma, tutto potrebbe non essere così spontaneo come sembra e, nel caso di un “dopo” dittatura in mano ai Fratelli Musulmani, che con il loro braccio palestinese (Hamas) stanno già imponendo una durissima svolta coranica alle vite degli abitanti di Gaza, forse ci sarà chi, nei “Paesi liberati” così come in occidente, potrebbe cominciare addirittura a pensare che “si stava meglio quando si stava peggio”.

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