Disoccupazione in Italia? Troppi laureati inutili

Altro che popolo di santi e di poeti. Gli italiani sono un popolo di aspiranti dottori che affollano le Università con l’obiettivo di laurearsi e inserirsi nel mercato del lavoro con tutti gli onori al seguito. Peccato poi che si ritrovino tutti disoccupati, con una laurea in tasca e senza spiragli occupazionali, non perché in Italia non ci siano occasioni di lavoro (siamo sempre la settima potenza mondiale), ma perché molti scelgono facoltà che hanno saturato il mercato, si avventurano in percorsi professionali in cui l’offerta supera di gran lunga la domanda.

I ragazzi si lamentano, ma non conoscono le regole del mercato. Non sanno che le aziende cercano sempre meno direttori amministrativi e tecnici commerciali e sempre più esperti di elettronica, di informatica, di ingegnerie tecnologiche o di gestione ambientale. Insistono nel frequentare percorsi di studio che teoricamente dovrebbero aprire sbocchi occupazionali facili e che invece si rivelano dei veri e propri tabù per aziende e privati.

Che senso ha, per esempio, studiare Economia e Commercio in un Paese in cui i dirigenti e i commercialisti sono più numerosi di uno sciame di locuste in picchiata verso le piantagioni e quelli che lavorano sono costretti ad accettare stipendi da operaio specializzato? Che senso ha studiare Giurisprudenza per diventare avvocato in una nazione in cui di avvocati ne abbiamo fin sopra le cime dei capelli?

Una volta, per esempio, entrai nel Palazzo di Giustizia di Napoli, uno di quei luoghi dove hai la certezza che la competizione professionale nel campo legale è soffocante. Incontrai più avvocati in quel tribunale che formiche in un formicaio. Ogni torre, ogni scala, ogni stanza, ogni ufficio, i corridoi e perfino i bagni pullulavano di penalisti, civilisti, giudici, pubblici ministeri che lasciavano la testa rintronata di voci e la sensazione che per un ragazzo che studia Legge emergere in un mondo simile diventerà un’impresa titanica.

Ciononostante i genitori consigliano ai figli di scegliere facoltà in cui si sentono più portati. Dicono che nessun ragazzo dovrebbe essere obbligato a seguire un indirizzo universitario che non gradisce solo perché concede maggiori possibilità di lavoro. E’ vero. Ma è anche vero che nessuna azienda è obbligata poi ad assumere un laureato se non ha alcun bisogno, soprattutto se le crisi economiche spingono le società a selezionare il personale facendo affidamento solo su candidati con una provata esperienza di base.

E’ inevitabile che in una simile situazione molti laureati decidano di emigrare all’estero per cercare maggiori fortune. Scegliendo, volente o dolente, di avventurarsi in mondi lontani che non sempre garantiscono la piena realizzazione delle proprie aspettative. Come l’Inghilterra, dove centinaia di italiani sono stati costretti a fare marcia indietro davanti ai costi esagerati, alla pessima qualità di vita e alle condizioni lavorative non sempre idilliache del Regno Unito.

La verità è che molti giovani decidono di abbandonare un Paese, come l’Italia, dove ci sono sempre più dottori e professori e sempre meno idraulici ed elettricisti. Ragazzi che scappano alla perenne ricerca di una terra promessa che non esiste e che non sanno che, in alternativa agli studi universitari, un corso professionale di tre anni come cuoco, pasticciere o estetista, consentirebbe di accedere più rapidamente nel mercato del lavoro e di ottenere retribuzioni altrettanto elevate.

 

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