Dubai. La fine del paradiso nel deserto

dubaiLa crisi a Dubai era già sentita da tempo, pronta a scoppiare come quella della Lehman Brothers, solo che molti erano ciechi e continuavano a speculare senza contegno, tra storie confermate e quasi da leggenda, come le centinaia di auto abbandonate con le chiavi nel cruscotto, nel gigantesco aeroporto da migliaia di manager e impiegati specializzati in fuga non appena licenziati.

Sicuramente vero è che i licenziamenti sono stati migliaia, con conseguente stop di pagamenti e richieste di ritorno dei debiti da parte delle banche. Con conseguente fuga dei lavoratori, perchè non pagare i debiti, a Dubai, vuol dire il carcere, e la tortura.

Anche lo schiavismo dei lavoratori di basso livello, taciuto per troppo tempo, è all’ordine del giorno, e il fatto che anche lì vi siano licenziamenti (ma per loro è difficile avere i soldi per tornare nei paesi di origine, Filippine, India, Egitto..) e un incredibile stallo delle costruzioni, di quei cantieri faraonici che hanno fatto la fortuna di questo regno dell’opulenza.

Fino a ieri.

Qui la bolla immobiliare è scoppiata, non nel momento migliore, gettando lo scompiglio nelle borse di mezzo mondo, e soprattutto la paura di nuovi crolli e default addirittura statali, un circolo vizioso che sarebbe veramente come la crisi del 1929 e non solo come un crollo e una risalita, quella che avviene ora.

Il sentimento che non è tutto finito doveva esserci, semplicemente. Perchè, semplicemente, non lo è.

Dubai è un regno incantato nato dalle sabbie, il gioiello del capitalismo sfrenato creato con scatole piene di altre scatole vuote, un accumulare di capitali e cantieri creati dal nulla, nella sabbia, con la sabbia come fondamenta e con la stessa sabbia che rischia di riprendersi il suo posto, come il mare potrà riprendersi forse le famose Palm Island, lasciando alberghi di lusso e grattacieli infiniti come monito della fine di un’epoca.

Bye bye, Dubai.

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