Gandhi e la non violenza

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Oggi, 2 ottobre, è l’anniversario della nascita di Gandhi, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla non violenza e all’indipendenza del popolo indiano.

Mohandas Gandhi nella sua lotta per l’indipendenza indiana contro il dominio coloniale inglese, fu soprannominato Mahatma “la grande anima”. Si definisce infatti decolonizzazione quel processo di dissoluzione degli imperi coloniali delle potenze europee avviato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale sotto la pressione dei movimenti indipendenti sorti nelle colonie asiatiche e africane.

In India il movimento nazionalista si caratterizzò per l’approccio non violento promosso dal suo leader. Gandhi nacque a Portbandar in India il 2 ottobre 1869.Già da ragazzo, diede una tale importanza alla libertà personale, da tentare il suicidio con un suo coetaneo a 14 anni, non sopportando un’esistenza in cui non vi sarebbe stato spazio per l’indipendenza personale.

Dopo essersi laureato in giurisprudenza, a ventiquattro anni si recò in Sudafrica con l’incarico di consulente legale per una ditta indiana. Abituato a vivere e ad essere considerato come un rispettato cittadino,qui si scontrò con un’altra realtà,in cui migliaia di immigrati indiani erano vittime della segregazione razziale.

L’indignazione per quelle che considerava enormi ingiustizie e atti illegali da parte delle autorità britanniche, lo spinse alla lotta politica.In difesa dei loro diritti Gandhi attuò con successo una tattica di resistenza passiva, un metodo di lotta politica non violento, che consisteva nel rifiutare l’obbedienza alle leggi ritenute ingiuste e contemporaneamente nell’accettare, senza ribellarsi, le pene che queste leggi stabilivano. Questo metodo era molto diverso da quelli tradizionali, nei quali dominava la forza brutale.

Per Gandhi la sola forza di cui era giusto servirsi, anche in politica, era quella della verità, dell’amore (o “non violenza”) e della purezza d’animo.Ritornando in India nel 1914, Gandhi percorse la penisola paese per paese, spiegando le sue idee agli Indiani di tutte le caste (compresi gli “intoccabili”) e di tutte le religioni per risvegliarli dal fatalismo con il quale accettavano la loro sorte per convincerli a lottare contro le ingiustizie leggi degli Inglesi.

Una nuova forma di lotta la disobbedienza civile Il partito del Congresso fece propri e tradusse in pratica i principi di Gandhi, adottando come forme di lotta la “disobbedienza civile” e la “non violenza”. I funzionari indiani dell’amministrazione coloniale diedero le dimissioni; gli studenti indiani smisero di frequentare le scuole inglesi; gli Indiani tutti si astennero dal comprare merci inglesi, sostituendo alle importazioni straniere i prodotti dell’artigianato e dell’industria indigena; infine rifiutarono di pagare le tasse.

Si presentarono poi spontaneamente ai posti di polizia, ai tribunali e alle carceri, dichiarandosi colpevoli e disposti a subire le pene stabilite.Queste campagne di non collaborazione e di resistenza passiva, lanciate a più riprese da Gandhi e dal Congresso, misero l’amministrazione coloniale in grave difficoltà.

Nello stesso tempo contribuirono a diffondere fra le masse l’aspirazione all’indipendenza e a trasformare in ribellione quella che era stata fino ad allora l’opposizione di una minoranza di intellettuali e di politici.Secondo Gandhi, l’India doveva tornare a modi di vita antichi, rinunciando alla civiltà europea che gli Inglesi avevano introdotto nel paese: solo così, dopo l’indipendenza, avrebbe potuto rinnovare le glorie del suo passato.

La situazione critica si risolse soltanto alla fine della seconda guerra mondiale, quando l’Inghilterra, vittoriosa ma indebolita, non fu più in grado di conservare il ruolo di potenza imperiale.Il 15 agosto 1947 furono proclamati due stati indipendenti: l’Unione Indiana e il Pakistan.La spartizione era stata voluta soprattutto dalla Lega Musulmana e anche Gandhi, benché fortemente amareggiato, dovette accettarla.Nei giorni stessi dell’indipendenza, in tutta la penisola, tra indù e musulmani si scatenò un guerra di religione, che causò un milione di morti e più di sei milioni di profughi: per scampare alle stragi i musulmani dell’India fuggirono in massa nel Pakistan e viceversa gli indù dal Pakistan all’India. Alla fine Gandhi stesso cadde vittima dell’odio fanatico. La sera del 30 gennaio 1948 un giovane bramino, convinto che con le sue concessioni ai musulmani Gandhi avesse tradito la causa dell’Induismo, gli sparò e l’uccise a Nuova Delhi, mentre si recava ad una riunione di preghiera.

Fonte immagine: www.simonettarubinato.it

4 Comments

  1. alessia 2 ottobre 2009
  2. lume 29 maggio 2011
  3. edoardoma 31 maggio 2011
  4. lume 1 giugno 2011

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