Guida alla lettura dei testi della letteratura italiana: Giuseppe Belli

Come “leggere” Giuseppe Gioachino Belli

Giuseppe Belli era nato nel 1791 a Roma, e qui trascorse praticamente tutta la vita, a parte qualche viaggio che lo portò a Milano, dove ebbe modo di conoscere il Porta, altro potente poeta in dialetto. Al Belli si attribuiscono oltre 2000 sonetti in dialetto romanesco, che egli compose tra il 1819 e il 1847.

Modesto impiegato sotto il governo pontificio, il Belli fu un osservatore attento e impietoso della plebe di Roma, che seppe ritrarre con accenti di un realismo umano e “locale” che lascia ancor oggi stupiti. Morì nel 1863.

I sonetti del Belli vanno letti e interpretati come un gigantesco affresco del popolo di Roma, del suo spirito popolare fatto di una saggezza antica e amara, che sa cogliere, al di là delle apparenze, la sostanza delle cose e degli uomini; un popolo astuto, ciarliero, ignorante, ma che tuttavia una cosa sa bene: l’ingiustizia regna sovrana nel mondo e per il povero non v’è salvezza.

La sua plebe è dannata e “abbandonata senza miglioramento”. Non solo il popolo è al centro dei suoi interessi, ma tutta Roma viene investita della sua curiosità: ed ecco sfilare dinanzi ai nostri occhi la Roma del primo Ottocento, con i suoi papi, che sono “papi e re”, che, come si diceva, “quando mangiano, mangiano per tre”; e poi i cardinali, e la folla, e le esecuzioni capitali, le torture, le risse, i litigi, i nobili e i loro privilegi, e i fasti della Curia.

Il tutto sotto lo sguardo torvo di un popolo vessato, affamato, livido talora d’invidia, che cova in sé un odio mal represso e che si scioglie in sarcastici commenti sui meriti, la grandezza, il decoro: “ Er merito, er decoro e la grandezza/ so’ tutta mercanzia de li signori…/ e a noantri artigiani e servitori/ er bastone, l’imbasto e la capezza…”.

Io – scrisse il Belli, a introduzione dei suoi sonetti – ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda… Ogni quartiere di Roma… dal ceto medio in giù, mi ha somministrato episodi per mio dramma…”.

Forse un dramma a cui si sentiva almeno “sentimentalmente” vicino? No! Il Belli, nonostante non fosse di ceto elevato, era tuttavia un impiegato pontificio, e non si sentiva particolarmente attratto da un popolo ignorante, superstizioso e violento. Ma il Belli è un pittore “realista”,  e nei suoi quadri non tralascia un solo “quartiere di Roma”. Quasi inconsapevolmente, il Belli ci ha lasciato il quadro morale, intellettuale, “sociologico” così chiaro e netto della Roma primo Ottocento, che nessuno studioso dell’epoca avrebbe mai potuto sperare di dipingere.

Un sonetto a mo’ d’esempio: è un dialogo i cui protagonisti sono due donne del popolo, che provano a metter su la pentola per vedere di fare qualcosa da mangiare. Una chiede all’altra, ma quest’ultima non ha nulla, e se desse alla sua vicina di casa quanto richiesto, una cosa è certa, che sarebbe stata “sparecchiata tutta la [sua] cucina”.

“Be’ imprestateme dunque un fil d’erbetta,

un pizzico de spezzie e una padella”.

“Mò ve le calo giù còr canestrino”.

“Dite, e me date uno spicchietto d’ajo,

un po’ d’onto e una lagrima de vino?”.

“Ma, fàmose a capì, sora Bettina,

a poc’a poco voi, si num me sbajo,

me sparecchiate tutta la cucina”.

“Beh. Prestatemi dunque un po’ di verdura,

un po’ di spezie e una padella”.

“Adesso ve le calo giù con il canestrino”.

“Dite: mi date anche uno spicchietto d’aglio,

un po’ d’olio e un po’ di vino?”.

“Facciamo a capirci signora Bettina.

A poco a poco voi, se non mi sbaglio,

mi sparecchiate tutta la cucina”.

Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

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