Guida allo studio delle Lettere: La “Stilistica” [1]

Poiché la lingua è un’istituzione sociale, suo primo scopo è il comunicare. In questi articoli però vogliamo studiarla in altro modo. Quando parliamo o scriviamo facciamo anche un’operazione diversa, ovvero non ci limitiamo alla sola comunicazione “neutra”, ma cerchiamo di “esprimere” anche la nostra “interpretazione” della lingua e del mondo.

In fatto di stile sono corse e corrono molte definizioni, che spesso, anziché chiarire, confondono le idee. Ma, per essere il più chiari possibile, per capire cosa sono lo stile e la stilistica dobbiamo tenere a mente la distinzione fondamentale che esiste tra lingua e linguaggio. La lingua è l’istituzione, e noi la usiamo così com’è, con tutte le sue leggi interne per farci capire; il linguaggio invece implica l’idea della scelta individuale.

Con il linguaggio, cioè con il mio stile, io attuo delle scelte: posso, per esempio, dare la preferenza  alle parole auliche e dotte al posto di quelle quotidiane e semplici; posso usare una sintassi complicata, ricca di nessi ipotattici, oppure svolgere il mio pensiero con frasi o periodi brevi; posso usare un linguaggio metaforico o letterale. Insomma, avere stile significa lavorare sulla lingua in modo del tutto individuale.

Però questa straordinaria “libertà stilistica” è tipica del mondo contemporaneo. Nel passato v’era minore possibilità di intervento personale. Mentre oggi, per esempio, posso inframmezzare, in un qualsiasi testo, parole semplici, dotte o dialettali secondo il mio gusto, nel passato le cose erano diverse: a un determinato contenuto doveva corrispondere un altrettanto ben qualificato “stile”. La stilistica letteraria ripercorre dunque la storia degli stili che si sono succeduti nella nostra letteratura dalle origini a oggi.

La stilistica dei secoli passati era  estremamente ferrea e irta di regole che uno scrittore non poteva ignorare. Per esemplificare e per riallacciarmi al precedente articolo sul verso libero, in questo articolo iniziale  potremo verificare come doveva essere strutturato il verso e a  quali norme doveva soggiacere. Cominciamo con il verso più “nobile” della nostra poesia: l’endecasillabo. Prendiamo il primo verso con cui si apre la “Divina Commedia” e facciamo alcune osservazioni sulla metrica antica:

Nel mezzo del cammin di nostra vita…

Che cos’ha di particolare questo verso? Il fatto che è un endecasillabo, ovvero composto di undici sillabe. Però Dante non poteva “accontentarsi”, diciamo così, di mettere in sequenza alcune parole fino ad arrivare a contarne semplicemente undici: doveva stare attento alla posizione degli accenti.

Ora, l’endecasillabo aveva una varietà consistente di possibilità per quanto riguarda gli accenti, però, grosso modo, normalmente gli accenti fondamentali dell’endecasillabo tendevano a fissarsi sulla  sesta sillaba e sulla decima: e quello di decima era assolutamente obbligatorio. Se riprendiamo il verso di Dante, osserveremo che gli accenti sono di sesta e di decima:

Nel mezzo del cammìn di nostra vìta

1     2   3     4     5  6   7   8 9   10  11

A conclusione di questo primo approccio alla stilistica, faccio notare che questo verso è un endecasillabo piano, perché termina con una parola piana, così detta perché porta l’accento sulla penultima sillaba:

Vìta

P U ( dove P sta per “penultima” e U per “ultima”). Alla prossima puntata…

Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

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