Guida allo studio delle Lettere. Metrica: il verso libero

Mentre nel passato la precettistica era ferrea, nel Novecento le leggi che appunto regolano la struttura del verso, e la posizione fissa degli accenti, si vanno  allentando sempre più, sino a giungere al cosiddetto verso libero, che sicuramente rompe con la grande tradizione della versificazione classica italiana,  con il rigido sistema sillabico (numero di sillabe che qualificano i vari versi, dal ternario all’endecasillabo) e, infine, con la rima.

Con la nozione di verso libero non si fa comunque riferimento a un’unica tecnica, ma a svariate soluzioni formali. E’ impossibile dare norme generali, perché ogni poeta, data la libertà di cui gode, lo usa in modi diversi rispetto ad altri. Tuttavia, come faceva notare Tomaševskij (1), si può individuare una “norma media” di riferimento.

Fra quelle maggiormente in uso nella lirica italiana, anche in grandi poeti contemporanei (V. Montale), potremmo citare per prima la cosiddetta polimetria, che in pratica consta di un succedersi ineguale di vari tipi di verso, dall’endecasillabo al novenario, dall’ottonario al  settenario, ecc. Nel caso della polimetria più che di assoluta dissoluzione del verso, sarebbe più giusto parlare di fusione, poiché vi sono contemporaneamente nella strofa i versi più vari. Montale ne fece  uso negli “Ossi si seppia”.

Un esempio, tratto dalle Occasioni (si va dal quinario all’endecasillasbo):

Non il grillo ma il gatto

Del focolare

Or ti consiglia, splendido

Lare della dispersa tua famiglia…

Un altro tipo di verso libero, è il cosiddetto verso frase, per cui ogni verso va in pratica a coincidere con la frase stessa e si conclude con il punto fermo. Esempio. Fortini, In memoria III:

La bambina schiacciò con il sasso il mantide.

A scatti moveva la testa.

Dal ventre una frittata di seme

Una chiazza di pasti consumati.

Un terzo esempio abbastanza noto e largamente invalso è costituito dal cosiddetto verso lineare, che è completamente arbitrario. È detto lineare perché si affida alla lunghezza delle parole (linea) e  agli spazi bianchi (pausa del verso).

Essendo la scelta della “linea” delle parole un fatto strettamente soggettivo, può essere quindi più o meno lungo e anche di una sola parola, con gli a capo che fungono da pausa. Inaugurato da Ungaretti,  fu molto usato, con lievi modifiche, anche dai poeti della Neoavanguardia. Esempio (Ungaretti, Ed è subito sera):

Ognuno sta solo sul cuore della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Il verso libero però, abbastanza spesso, non dimentica il vecchio strumentario classico, per cui la rima, per esempio, compare spesso. Montale era uso dire che la cara vecchia rima è come un vicino petulante che bussa insistentemente alla tua porta: prima o poi gli devi aprire.

Nota

1) Boris Tomaševskij, Sul verso, in R. Cremante-M.Pazzaglia, La metrica, Bologna, Il Mulino, 1972 e successive edizioni, pp. 87-88. Sul verso libero V. anche, nello stesso volume citato, Benjamin Hrušovski, I ritmi liberi moderni, pp. 169-176. Ottime osservazioni ed esempi pratici anche in Brioschi-Di Girolamo, Il verso libero, in Elementi di teoria letteraria, Milano, Principato, 1988, pp. 128-133.

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