Il favoloso “Robin Hood” di Scott, bello e impossibile

La pretesa del cinema di tenere insieme spettacolo e storia a volte è irritante. La considerazione nasce spontanea davanti ad un film come “Robin Hood“, diretto da Ridley Scott, in questi giorni nelle sale italiane.

Il film non delude di certo il pubblico in cerca di spettacolo, e Russel Crowe è ancora un volta inteprete efficace nelle mani di Scott: i due infatti lavorarono insieme in un film ormai celebre come “Il gladiatore”, e sembrano fatti per intendersi, nel bene e nel male.

Il medioevo ricostruito da Scott, va detto, è affascinante e insieme realistico, e non mancano scontri all’arma bianca, assalti a castelli fortificati e duelli mozzafiato che avvincano lo spettatore, insieme a un bel tocco di romanticismo. Da questo punto di vista, niente da eccepire.

Peccato che altri aspetti del film convincano meno. Alcuni personaggi sono tagliati con l’accetta, a cominciare dall’imbelle Re Giovanni, che succeduto al fratello Riccardo, il noto Cuor di Leone, è dipinto come un capriccioso giovanotto senza un briciolo di dignità, rozzo e invidioso come un adolescente in crisi d’identità. Magari è vero, ma qui appare decisamente troppo monocorde per risultare credibile.

Dall’altra parte stanno ovviamente tutti i pregi e le qualità: Robin è un  umile soldato che per una serie di circostanze indossa un ruolo nobiliare non suo, riscopre quindi le sue perdute origini familiari , conquista l’amore di Marian (Cate Blanchet) , guida gli inglesi alla vittoria sui cattivissimi francesi che provano lo sbarco a sorpresa, e nel finale, messo fuori legge dal perfido Giovanni, si rifugia nella foresta dove lui la bella Marian fondano una sorta di comunità socialista ante-litteram. Un po’ troppo, forse, per un uomo solo, anche se nelle favole è così che funziona.

Ecco, il “Robin Hood” di Scott va visto come una leggenda favolosa, dove non manca nessun ingrediente tipico dei libri illustrati per l’infanzia, e allora rimane un prodotto più che rispettabile, girato con indubbia maestria dal regista. Lascia perplessi, invece, a un’analisi critica più serrata che cerchi un minimo di verosimiglianza nelle forzature di una sceneggiatura decisamente carente, che vede tutto a scacchi: o bianco o nero. Questione, come sempre, di punti di vista.

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