Il quoziente d’intelligenza non è fisso, si può migliorare allenandosi

Non è vero che nasciamo con un quoziente intellettivo (Q. I.) immutabile. Possiamo migliorare le nostre abilità cognitive allenando la ” working memory ”, ovvero la memoria di lavoro, un tipo di memoria che incamera le informazioni giusto il tempo di usarle (ad esempio, per memorizzare un numero di telefono per il tempo necessario a comporlo). L’ipotesi è sostenuta dalle ricerche effettuate da Susanne Jaeggi e Martin Buschkuehl della Michigan University (Stati Uniti d’America). I due ricercatori hanno dimostrato che è sufficiente cimentarsi con esercizi mnemonici dai quindici a venticinque minuti al giorno, per cinque giorni a settimana, per ottenere migliori prestazioni già dopo un mese, anche negli adulti e non soltanto nei bambini che come è risaputo possiedono un cervello più plastico.

La maggior parte dei test svela-Qi cerca di misurare due tipi di intelligenza, quella cristallizzata e quella fluida. La cristalizzata sfrutta conoscenze ed esperienza per risolvere i problemi, grazie alle informazioni recuperate negli archivi della memoria a lungo termine. La fluida, invece, indica l’abilità di comprendere le relazioni tra concetti, indipendentemente dalle conoscenze precedenti, per risolvere nuovi problemi.

Lo studio mostra che proprio questa ‘fetta’ del Qi può essere allargata, con un allenamento mirato della memoria di lavoro. “Quando si tratta di aumentare l’intelligenza, molti ricercatori hanno pensato che non fosse possibile – dice Jaeggi – I nostri dati chiaramente mostrano che non è così. Il cervello, infatti, è più plastico di quanto noi stessi pensassimo”. Per svelare i segreti dell’intelligenza, i ricercatori hanno arruolato quattro gruppi di volontari, allenando la loro memoria di lavoro con un complesso sistema di test, che sfrutta stimoli visivi e uditivi.

Torke Klingberg del Karolinksa Institutet, in Svezia, ha dimostrato che questo tipo di allenamento genera un incremento nella corteccia cerebrale del numero dei recettori D1 per la dopamina, sostanza legata al consolidamento dei muscoli. La ricerca è stata effettuata con l’ausilio della PET (tomografia ad emissione di positroni, una tecnica basata sul decadimento degli isotopi radioattivi che può produrre immagini tridimensionali dei movimenti delle sostanze-segnale). Tale indagine ha consentito di chiarire la complessa interazione tra cognizione e strutture biologiche cerebrali, mostrando che non solo la biochimica cerebrale sottende l’attività mentale ma anche che l’attività mentale ed il pensiero possono, a loro volta, modificarla. I risultati di tale ricerca potrebbero portare allo sviluppo di nuove terapie che coniughino farmaci e trattamenti cognitivi per pazienti con deficit cognitivi di qualsiasi origine.

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