“Il welfare e lo stato sociale”: azzerati tagli alla spesa Pubblica

Il riferimento al servizio di Stefania Rimini, in Report di domenica 24 ottobre, è solo uno spunto per un commento alla situazione reale del nostro paese.

Situazione reale da valutare principalmente in relazione alle conseguenze che il varo della manovra ha prodotto sullo stato sociale, sui servizi gratuiti ai cittadini, sulla difesa dei più deboli.

Per sola digressione – poiché non è di questo che vogliamo parlare –  nel servizio non si risparmia neanche Tremonti (anche se  è l’unico  che sta cercando di portare la barca in porto) per lo scandalo Bell che coinvolse anche il suo Studio di Consulenza, in cui William Rossi, direttore dell’Agenzia delle Entrate dell’epoca, perse il posto.>

Ma ritorniamo al tema,  partendo  da un assunto imprescindibile “La manovra correttiva  è l’ultima spiaggia prima del default“.

E’ d’uopo aggiungere però che per come è stata congegnata e varata getta poche luci e molte ombre sui riflessi che essa avrà sullo stato sociale soprattutto sulle classi meno abbienti.

I cosiddetti tagli lineari, cioè quelli che non mutano rispetto alla capacità reddituale di chi li subisce, determineranno un impoverimento delle classi più deboli.

Impoverimento reale, quindi, cioè quello che non permetterà, a molti di noi, di acquisire  beni e servizi primari quali l’alimentazione e l’assistenza sanitaria. Impoverimento delle famiglie con ammalati cronici, che oggi con i tagli dovranno pagare per mantenere i propri congiunti presso case di cure, e tanti altri tagli che colpiscono in egual misura tutti i cittadini; detti appunto “tagli lineari” .

“Parliamo dei nuovi poveri“, non quelli che stanno per strada, ma di quelli che hanno un lavoro, ma che pur avendo un lavoro saranno costretti a rivolgersi alla CARITAS.

La ricetta giusta ed equa doveva essere:

1) quella dei tagli per l’eliminazione degli sprechi;

2) l’istituzione di una “tassa sulla crisi” per ogni cittadino da calcolare sull’effettiva capacità reddituale ed in maniera progressiva al pari delle imposte.

In tal modo  tutti avrebbero contribuito, in funzione delle loro possibilità e capacità economiche, ma nessuno si sarebbe aggiunto ai poveri e ai disoccupati già cronicamente esistenti.

E’ facile dire: c’è bisogno di rientrare dal nostro grande debito pubblico, ma bisogna che tutti paghino in misura proporzionale al loro patrimonio e al loro reddito.

Perchè altrimenti altro che aumento del PIL, ci sarà un rallentamento della crescita, una stagnazione …. che unita alla crisi in atto, porterà la nostra economia e il nostro stato sociale a livelli da terzo mondo.

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