Jobs act: la legge di Renzi basta per far ripartire il mondo del lavoro?

Il Jobs Act, la riforma del mondo del lavoro messa in campo da Matteo Renzi è ancora al centro del dibattito politico.
Il contestato provvedimento dell’esecutivo, che ha in pratica sancito la fine dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, è stato elogiato dalle organizzazioni che rappresentano i datori di lavoro e dall’Ocse, provocando al contempo una netta spaccatura con le organizzazioni sindacali e con una parte della stessa base del Partito Democratico.

Il giudizio rilasciato dall’Ocse, in particolare, ricorda come il provvedimento in questione abbia contribuito ad un deciso miglioramento del mercato del lavoro. Un miglioramento destinato però a non incidere in maniera significativa sull’occupazione, se si pensa che il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere stabile al 12,7% lungo tutto l’anno in corso, per poi calare di mezzo punto nell’anno successivo.
I sindacati hanno invece esplicitato la loro opposizione non solo su alcuni punti molto controversi del provvedimento, come ad esempio i licenziamenti collettivi, ma anche ricordato come sia un controsenso pensare di creare occupazione dando la possibilità di licenziare anche senza giusta causa.

Al di là delle polemiche politiche, però, sono in molti a domandarsi se la riforma del lavoro potrà avere effetti benefici e portare finalmente ad una ripresa dell’occupazione, in particolare quella giovanile.
Per capire la drammaticità del problema, occorre fare ricorso alle statistiche, che sembrano in effetti impietose. In base agli ultimi dati forniti da Istat, relativi al primo trimestre dell’anno in corso, nel nostro Paese i disoccupati hanno ormai sfondato quota 3,3 milioni di unità. Persone che pur essendo disponibili a lavorare, nella maggioranza sono talmente scoraggiate da non cercare neanche più occasioni di impiego. Si tratta di un dato abbastanza eloquente, che fa letteralmente fibrillare la politica, che sembra incapace di dare risposte in grado di far ripartire il paese.
Va ricordato poi come tra i disoccupati, non ci sia solo la manodopera generica, se si pensa che meno della metà di coloro che ottengono una laurea riescono a trovare un lavoro nei tre anni successivi al conseguimento del titolo di studio. Un dato che non ha termini di paragone, o quasi, in ambito continentale, se si pensa che a livello europeo la percentuale si attesta al 78,2%, ovvero trenta punti percentuali in più. Quest’ultimo dato è fornito da Eurostat, e vede la sola Grecia fare peggio, con uno sconfortante 45%.

In un quadro simile, è del tutto logico come non possa bastare una riforma quale il Jobs Act a far ripartire il mondo del lavoro, dando una nuova speranza a milioni di italiani che hanno perso il lavoro o non lo hanno mai avuto. È stato lo stesso Giorgio Squinzi, numero uno di Confindustria, ad affermare che l’Italia ha una disperata necessità di ripartire, nel corso di un convegno tenuto dall’organizzazione di Viale dell’Astronomia a Santa Margherita Ligure. Nell’incontro organizzato dai giovani imprenditori, Squinzi ha infatti messo l’accento sul fatto che il Jobs Act, pur essendo un provvedimento giusto, non basti a far scoccare la scintilla della ripresa.
In effetti, i primi dati relativi alla riforma fanno capire come il provvedimento abbia operato nel senso di una stabilizzazione dei precari, i cui contratti sono stati convertiti in rapporti a tempo indeterminato grazie ai contributi che spettano agli imprenditori che optino per questa possibilità. Resta però il dato di fatto di una crisi economica che non sembra intenzionata a lasciare il passo ad una ripresa impetuosa, l’unica che può in effetti innestare un ciclo economico in grado di far ripartire il mercato. Senza una ripresa reale e duratura, sarà molto difficile che i datori di lavoro ricomincino ad assumere, limitandosi invece a convertire i contratti già esistenti, come del resto sta accadendo.
È ancora Squinzi, del resto, a ricordare come sia necessaria una ripresa vigorosa tale da attestare la crescita del prodotto interno lordo (PIL) al 2%.
In questo dibattito, è tornata d’attualità anche la proposta ormai diventata un vero e proprio cavallo di battaglia del M5S, ovvero il reddito minimo garantito. Il sussidio di disoccupazione, infatti, riguarda soltanto chi perde il posto, mentre una misura universale potrebbe andare a coprire anche le fasce da sempre espulse dal mondo del lavoro. In tal modo, si potrebbe restituire un minimo di capacità di spesa a milioni di cittadini, dando un impulso abbastanza forte a quella ripresa dei consumi che è stata erosa nel tempo dalle politiche tese al risanamento dei conti pubblici.

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