La spazzatura nell’arte

La prima domanda da porsi è: perché gli artisti del nostro secolo hanno adoperato e adoperano, in diversi casi sistematicamente, in altri episodicamente, i rifiuti?
Si cominci a riflettere sul fatto che noi stessi siamo cestinati o rigettati da altri esseri umani; più o meno ogni giorno, dobbiamo ritrovare, raccattare e ricomporre frammenti di noi stessi.

Guardando i sacchi usati di Alberto Burri, i particolari dei cadaveri fotografici all’obitorio di Andres Serrano, oppure ripensando a certe sequenze cinematografiche di Abel Ferrara…ci si accorge che la cultura del secolo è gremita di recuperi, riusi e contaminazioni, di lacerti, frammenti, scarti, rumori.
Dunque, non è solo in Picasso, Marinetti né solo in Mimmo Rotella o Tatlin che si riscontra l’attenzione al rottame, al detrito, alla scoria; l’uso di contrapporre e miscelare temi e mezzi di cultura raffinata a quelli di cultura mass-mediologica è fiorito e si è espanso, lungo l’arco degli ultimi cento anni, in altri campi dell’espressione artistica che hanno rimasticato e assorbito i rifiuti e li hanno impiegati nelle diverse tecnologie.

La predilezione per le cose usate rispetto a quelle fresche di fabbrica nasce, secondo me, dalla convinzione che non tutto ciò che è nuovo e fiammante sia di per sé da adottare, e non tutto ciò che è vecchio sia per ciò stesso da abolire…i rifiuti costituiscono un vero e proprio mondo, complesso e simmetrico a quello delle merci, scrive Guido Viale nel suo libro del 1994 Un mondo usa e getta: un mondo che, dietro lo specchio in cui la civiltà dei consumi ama riflettersi e prendere coscienza di sé, ci restituisce la natura più vera dei prodotti che popolano la nostra vita quotidiana.
I rifiuti sono uno smisurata miniera di indicazioni di grande valore non solo in campo matematico. Il perché è presto detto: i rifiuti sono un documento diretto, minuzioso e incontrovertibile delle abitudini e dei comportamenti di chi li ha prodotti, anche al di là delle sue stesse convinzioni o della percezione che ha di se stesso…dunque l’immondizia può essere illuminante.
Gli artisti ne grattano la pelle e ne riducono la metafora, l’anima del tempo.
Ecco l’eco dei nostri anni: la violenza, la fragilità, la nostalgia, le lacerazioni, l’acido struggimento, la deformità affabile, l’immondo e il disperato.
Il nostro tempo è una discarica, ma una discarica sublime.

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