L’Aquila, una città da ricostruire

Notte fra il 5 e il 6 aprile 2009, ore 3.32: i quattro cavalieri dell’Apocalisse si aggirano per L’Aquila. Una fortissima scossa di terremoto distrugge la città e la notizia fa il giro del mondo.
Per alcuni mesi il capoluogo abruzzese diventa famoso su tutti i rotocalchi: giornalisti, fotografi, reporter, tutto l’universo mediatico si riversa nelle vie della città e anche nei paesi limitrofi, primo fra tutti Onna, completamente raso al suolo dal sisma.
Il tempo passa, le luci della ribalta piano piano si spengono e a quattro anni dalla tragedia L’Aquila rimane una città fantasma.
Puntualmente ogni anno, il giorno dell’anniversario si torna a parlarne, si ricordano le 309 vittime e i 1600 feriti, si rispolverano le polemiche e poi più niente, la vita riprende il suo corso e gli aquilani non fanno più notizia per altri 365 giorni.
Questo accade da quattro anni. Quest’anno però sembra che qualcosa di più concreto si sia smosso, pare che forse dalle macerie potrà rinascere una ricostruzione. A farlo credere è il ministro Barca, inviato speciale del governo Monti, che in questi giorni ha voluto dare un giro di vite sul caso L’Aquila.

Si è recato sul posto, ha parlato con i sindaci e gli amministratori delle zone colpite dal terremoto e, soprattutto, ha dichiarato che i fondi per la ricostruzione ci sono e verranno stanziati. Arriveranno dal Cipe: un miliardo sarà affidato entro la fine dell’anno e a questo si aggiungono 100 milioni per lo sviluppo economico a brevissimo termine.
Il Ministro ha puntato il dito su una serpeggiante disorganizzazione, non tanto locale, quanto politica ma è ottimista, è convinto che se c’è una ricostruzione avviata questa diventa una priorità, nonché una sfida per l’Italia.
Gli aquilani sono meno ottimisti e sinceramente è impossibile dar loro torto: il sindaco dell’Aquila, Cialente, sa che per “la ricostruzione tutto compreso” ci vogliono 7 miliardi e allo stato attuale vivere all’Aquila è troppo difficile, in termini materiali e anche psicologici.

Uno studio ha evidenziato che per le strade deserte si aggira lo spettro della depressione: molti cittadini sono caduti nel baratro depressivo e lo conferma il lavoro degli psicologi, che hanno visto aumentare la lista dei loro pazienti.
La dottoressa Alessandra Rossi, imprenditrice aquilana, vuole rivedere la sua città rinascere e rivivere: non è pessimista ma nemmeno ottimista: rimane su un atteggiamento di razionale realismo, quel realismo che non si abbandona a facili entusiasmi ma che non cede nemmeno alla demoralizzazione. In un programma televisivo ha raccontato che suo figlio di quattro anni nei giorni scorsi ha sentito la nonna dire che sarebbe andata in piazza e ha domandato “Cos’è una piazza?”
Questo fa comprendere come il rischio che una nuova generazione di aquilani cresca senza il senso, proprio fisico, della città e dell’aggregazione culturale che si può sviluppare solo con la presenza di centri concreti, materialmente presenti, visivi e tangibili -come ad esempio una piazza o un centro storico –sia altissimo.

Occorre quindi agire e in fretta. I fondi sbloccati lasciano intravedere uno spiraglio.
Gli aquilani non si sono mai abbandonati al piangersi addosso, la tempra per resistere hanno dimostrato di averla ma occorre qualcosa di concreto, questo lo afferma il sindaco e lo gridano le pietre dei palazzi della zona rossa.
La città poggia però su una faglia che, ormai la storia lo ha tristemente dimostrato, ogni 300 anni si muove e quindi, come ha giustamente dichiarato la dottoressa Rossi, la frase“L’Aquila dov’era e com’era” deve trasformarsi in “dov’era ma meglio di prima”.
Il ministro Barca ha detto e ribadito che gufare è sbagliato: giusto, auguriamoci allora che finalmente la politica si renda conto che è anche sbagliato usare slogan ogni 6 aprile e poi lasciare tutto nel dimenticatoio fino all’anniversario successivo.

L’Aquila: a quattro anni dal terribile sisma la zona rossa è ancora rossa

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