Libia: l’ombra delle multinazionali?

Il braccio di ferro tra Gheddafi e rivoltosi si gioca (e, per molti versi, contando il numero delle vittime, l’utilizzo di questo verbo suona piuttosto tragico) a suon di cannonate e scontri in tutte le città, ma anche su un terreno più sottile e psicologico ma non per questo meno strategicamente importante: quello della comunicazione.

E’ in questo senso che vanno lette alcune recenti dichiarazioni della TV di stato che hanno parlato di una riconquista governativa di città chiave come Ras Lanouf, Zawia, Tobruk e Misurata e di un imponente spiegamento di forze filo-Gheddafi che si preparano a marciare su Bengasi, cuore e simbolo della rivolta.

Quanto ci sia di vero in queste dichiarazioni restà, però, tutto da stabilire. E’ vero, a quanto pare, che le ostilità abbiano lasciato sul terreno una sessantina di morti tra le file ribelli a Zawia e che, nella mattinata successiva, a Tripoli, roccaforte del dittatore, si sia assistito a scene di giubilo da parte dei fedelissimi del Rais, con tanto di caroselli di auto e spari in aria.

Altrettanto vero è, però, che numerosi reportage di giornalisti occidentali (oltre, naturalmente, agli articoli della stampa ribelle) contraddicono la televisione libica e parlano di città ancora saldamente in mano ai rivoltosi.

C’è, però, un terzo aspetto che viene tenuto poco in conto nell’ipotizzare le sorti dello scontro di potere libico: quello relativo al ruolo delle multinazionali operanti nel Paese.

E’ utile ricordare che la Libia è il quarto produttore di petrolio in Africa (con una produzione media di 1,8 milioni di barili al giorno e riserve per 42 miliardi di barili), che, ad esempio, la Tamoil, società petrolifera elvetica controllata da una società con sede in Olanda, la Oilinvest è a sua volta posseduta dalla Lybian Investment Authority (LIA) e che gli scontri hanno già provocato una decrescita del 25% nella produzione di graggio.

Per non parlare dell’incredibile quantità di asset libici in tutti i Paesi europei, Italia in testa e delle ripercussioni finanziarie sui mercati dell’instabilità degli ultimi giorni nel Paese (si veda, ad esempio, la discesa in borsa di Unicredit). E’ pensabile che i poteri forti dell’economia mondiale stiano alla finesta aspettando sviluppi, senza intervenire?

Una ipotesi piuttosto improbabile. E, infatti, non più tardi del 2 febbraio, una delegazione di manager delle più importanti aziende estere con interessi sul suolo libico ha avuto, per precauzione, un lungo colloquio con i più importanti capitribù dei clan legati alla rivolta, sicuramente per sincerarsi sulle loro intenzioni in caso di deposizione del rais.

Ora, proviamo a disegnare un quadro ipotetico, a partire da un’altra dichiarazione della televisione pubblica di Tripoli, quella relativa ad un accordo raggiunto con i capi rivolta per cessare le ostilità. Uniamola all’affermazione di Gheddafi di aver raggiunto un accordo con i capiclan del Paese.

Ora, immaginando per un attimo che in tutto questo ci sia un nucleo di verità, uniamo i punti: il 2 febbraio i clan parlano con le multinazionali, il 5 febbraio i toni tra clan e Gheddafi si smorzano e si arriva addirittura ad un accordo…

Che cosa dobbiamo pensare, se non che gli aspetti economici forse hanno assunto un peso di qualche entità nell’intera questione?

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