L’ondata rivoluzionaria raggiunge il Golfo Persico

Bandiera dell'OmanL’ondata delle rivoluzioni che stanno scuotendo i Paesi arabi sembra destinata a toccare altre aree oltre al Nord Africa.

Il nuovo teatro di rivolte popolari è il Sultanato dell’Oman, una striscia di terra a sud dell’Arabia Saudita dal passato glorioso e dal presente arricchito dai petrodollari che, dal 1970, è retta, in un regime di monarchia assoluta, dal sultano Qadus bin Said.

Di fatto, il sultano è a capo dello stato e a capo del governo e detiene, nonostante qualche apertura alla democrazia (con la creazione di una Assemblea consultiva eletta dal popolo) nel 2003, un potere di stampo assolutistico.

La cosa, comunque, non è mai sembrata, fino ad oggi, infastidire i 2 milioni e mezzo di sudditi che, con un PIL pro capite di circa 25.000 dollari all’anno, sono tra i più ricchi del mondo islamico e che hanno semre dimostrato di gradire la politica filo-occidentale del monarca.

Ma, evidentemente, i venti stanno cambiando anche in questo remoto lembo di deserto affacciato sull’Oceano Indiano: è notizia di oggi che un gruppo di circa 2.000 manifestanti si sia riunito nella piazza principale di Sohar, città industriale del nord quasi al confine con gli Emirati arabi, invocando riforme politiche è sociali.

Già da ieri tumulti erano scoppiati anche a sud, nella città di Salalah, dove dimostranti si erano accampati di fronte all’ufficio del governatore provinciale, per essere poco dopo dispersi dalla polizia.

Se, però, a Salalah le manifestazioni erano state sostanzialmente pacifiche, non altrettanto si può dire di quelle di Sohar, dove i rivoltosi hanno dato alle fiamme un commissariato e un palazzo governativo e hanno dato luogo ad una intensa sassaiola contro la polizia immediatamente intervenuta per isolare i manifestanti.

La polizia, a sua volta, ha inizialmente tentato di disperdere la folla lanciando contro di essa candelotti lacrimogeni ma, in seguito, ha ricevuto l’ordine di sparare ad alzo zero con proiettili di gomma e, da notizie non confermate, pare che vi siano stati due morti tra i rivoltosi.

Proprio queste morti, se confermate, potrebbero essere una ulteriore scintilla capace di scatenare, in uno Stato in cui i legali tribali e di clan sono fortissimi, ulteriori manifestazioni di dissenso contro il governo del Sultano.

La cosa non può che impensierire Washington, che ha nel sultanato uno  dei più fedeli alleati nel Golfo Persico, e sono insistenti le voci che voglioni il Pentagono attentissimo all’evolversi degli eventi.

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