Neoclassicisti, puristi e neopuristi: “non passa lo straniero”

Tra Purismo e Neopurismo: «Antichi» e «Moderni» di fronte alla lingua italiana

Il Neoclassicismo non fu soltanto una poetica, una forma di pensiero che aveva nella bellezza ideale classica il suo modello ideale, ma s’incarnò anche in una «forma ideale», in una lingua che fu sentita dai suoi cultori altrettanto perfetta quanto l’arte dell’Ellade classica. Il Purismo, in cui s’incarnò l’ideale linguistico neoclassico ebbe una tensione trecentesca, vedendo appunto nei grandi classici italiani del Trecento, dal Boccaccio a Dante al Petrarca i suoi mitici e ideali modelli. L’ampia e sapiente costruzione sintattica del Boccaccio, simile per maestosità a una cattedrale, era il punto d’arrivo dello scrittore purista e al tempo stesso neoclassico. Di qui l’aspra battaglia contro le tendenze linguistiche che si erano via via affermate tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, allorché la struttura del periodo si era andata semplificando al massimo: non più dunque architetture ampie e paludate, ma frasi molto brevi e di corto respiro: al posto delle congiunzioni ipotattiche le più strane e antiche (conciosiaccosaché, imperocché, allorquando, ecc.), la più semplice paratassi, l’accostamento delle frasi, e un uso estremamente parco delle congiunzioni subordinate ( solo quando per le temporali), e tra queste una sostanziale predilezione per le relative (che, il quale, la quale, ecc.). Ma il Purismo non esauriva a questo punto il suo ideale estetico: non si trattava soltanto di riproporre il lussureggiante periodo trecentesco, ma anche di dare il via all’espunzione di ogni termine che non avesse la patente della «pura italianità»: si aperse quindi un altro fronte di battaglia, ovvero la lotta contro i francesismi, che ormai avevano letteralmente invaso la Penisola. Lingua del Trecento e lotta., come si diceva, all’impuro «infranciosamento» della lingua italiana furono i punti fermi cui guardò il nostro purismo di fine Settecento. L’avvento delle teorie romantiche, rivolte a valorizzare sempre più una lingua «per il popolo» segnò la fine e la sconfitta delle teorie puristiche. Ma, la storia a volte fa degli strani ghiribizzi: l’idea di una lingua pura, italianamente pura e depurata dagli influssi stranieri non morì con i puristi, ma covò come sotto la cenere, per ripresentarsi, forte come non era stata mai, negli anni Trenta del Novecento, trovando fiato e sostegno nella politica linguistica del fascismo, che seppe mobilitare tutti i migliori intellettuali italiani dell’epoca per ridare purezza alla lingua italiana e per espellere dal suo seno tutti i termini stranieri: nasceva quindi intorno al 1930 il nostro Neopurismo, un movimento forte, sostenuto dallo Stato, e che vide i migliori linguisti dell’epoca, Bruno Migliorini, Alfredo Panzini, Alfredo Schiaffini, Giacomo Devoto tutti impegnati nella «difesa» della lingua italiana contro i «barbarismi» che venivano dall’estero. L’ «autarchia» fascista non si esprimeva solo in economia, ma diventava concetto anche linguistico. I risultati di quest’aspra battaglia contro i forestierismi – furono dal 1925 tassate persino le insegne dei negozi che riportavano nomi stranieri, inglesi e francesi – , fu un momento molto interessante della nostra storia linguistica, e forse vale la pena riportare qualche esempio significativo. Iniziò quindi l’azione di «sostituzione»: al posto del termine straniero si doveva usare solo e soltanto il corrispondente termine italiano. Quindi, non più «hotel», ma «albergo». Alcune di queste sostituzioni resistono bene ancora oggi, altre hanno letteralmente ceduto all’uso straniero. Un caso di «resistenza» abbastanza buona è quella menzionata prima: hotel-albergo sono usati, diciamo, in parità anche oggi. Hanno invece ceduto abbastanza: «biglietto», soppiantato da «ticket», «arresto», vinto da «stop», «lista»[dei cibi] sconfitta da «menu», «rimessa», vinta da «garage», «dessert», al posto di «fin di pasto». Hanno invece resistito abbastanza bene agli «assalti» dello «straniero»: «autocarro», invece di «autocar»; la cara e vecchia «bistecca», al posto di «beefsteack» ( che, letta all’inglese, sembra davvero immangiabile), «merenda», vincitrice al posto di «goûter», «colazione», invece di «déjeneur». Sembra abbiano ben resistito specialmente i termini culinari: e in effetti la nostra cucina è tra le migliori del mondo, se non forse la migliore: è quindi giusto che le parole relative all’arte culinaria conservino in pieno la loro italianità, senza cedere il passo a nessuno.

Enzo Sardellaro, professore di Lettere italiane e Storia

Nota

Sul Purismo settecentesco e il Neopurimo degli anni Trenta ancora molto buono appare il contributo di Gabriella Klein, L’ ‘Italianità della lingua’ e l’Accademia d’Italia. Sulla politica linguistica fascista, in Quaderni Storici, 1981, 47, pp. 639-6

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