Pena di morte per gli assassini di due sposi

Ci sono storie che si perdono ai margini delle notizie sui giornali e che riguardano porzioni di mondo che ai più non interessano. Storie che rivelano insulti alla civiltà come noi la conosciamo o come, molto più semplicemente, il buon senso imporrebbe dovrebbe essere.

Siamo in India, villaggio di Karora, distretto di Kaithal. Il 18 maggio 2007 Manoj, 23 anni, e Babli, 19, si sposano contro il volere delle rispettive famiglie. In un mondo normale ci sarebbe qualche mugugno, qualcuno non si parlerebbe per qualche anno, ma poi tutto si risolverebbe così, o quasi.

In una terra che ha più rispetto per l’onore che per la dignità umana un “panchayat” (il consiglio di giustiza) del villaggio autorizza i familiari a porre rimedio in ogni modo all’oltraggio subito. Così, il 15 giugno 2007, “sconosciuti” sequestrano i due giovani e poco dopo i loro corpi mutilati vengono ritrovati in un canale.

La notizia, macabra e raccapricciante, può sembrare questa, ma in realtà il fatto storico è la sentenza, di questi giorni, per cui per tale omicidio sei parenti della ragazza sono stati condannati: cinque alla pena di morte e uno all’ergastolo.

Al di là dell’opinabilità della pena, la vera notizia è il primo vero tentativo di scardinare radicate convinzioni in una terra in cui si muore ancora troppo spesso per futili motivi; spesso senza  che il resto del mondo se ne accorga.

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