Precariato: triste fardello italiano

Chi lavora ha molti doveri, ma anche diritti: uno di questi è raggiungere un ruolo all’interno dell’azienda o dell’ente statale per cui lavora, un ruolo che sia assolutamente ben definito, senza sbavature di sorta e senza i “se” che troppo spesso vengono disseminati nelle vite lavorative di tanti.

Ma un ruolo ben definito e senza sbavature viene acquisito soltanto se il lavoratore (ed entriamo nel mondo dei “SE”!) viene assunto a tempo indeterminato. Il tempo indeterminato non è una chimera, ce l’hanno fatto credere! La nostra generazione dei trentenni di oggi ha vissuto l’epoca della “flessibilità”, del pressapochismo bieco e infamante, della lucida consapevolezza dei formatori di laureati tremanti e in coda allo sportello lavorativo che lavoro “fisso” e continuativo non sarebbe sopraggiunto mai nemmeno all’orizzonte.

Anzi: vi era un mare sconfinato di “stage” non retribuiti in cui s’imparava solo a far fotocopie, a portare il caffè, a piegare buste; un mare sconfinato di “tirocini” che servivano a non pagare personale; un mare sconfinato di “master”, “corsi post laurea” per riempire le tasche di chi aveva già un altro lavoro e viveva su di un piedistallo, guardando la plebe arrancare sotto di esso. Ma il bello veniva quando la realtà si faceva sempre più nitida: niente lavoro, ma “lavoricchio”.

Il laureato avrebbe anche portato il cappuccino, oltre al caffè e si sarebbe “piegato” a fare fotocopie per mesi, a patto che, nel frattempo, fra un lavoro e l’altro di cameriere e lustrascarpe, avesse avuto la concreta possibilità di IMPARARE un’attività e costruire un futuro lavorativo solido e duraturo.

Invece niente: ragazzi siate flessibili, rimboccatevi le maniche e andate avanti. Facile da dire a un venticinquenne appena laureato a pieni voti, ma non altrettanto semplice da rifilare ad un trentacinquenne esaurito e precario da 10 anni! Lo stesso precario ha una malattia altamente trasmissibile: quella di lavorare anche per chi è già “arrivato” che, proprio per questo, si siede sul trono non si sa di quale ridicolo e falso regno.

Il precario si preoccupa che il suo lavoro possa essere lodato, ammirato da dirigenti che peccano di assenteismo e di nepotismo alquanto turpe e deleterio. E poi il precario scende in piazza urlando la propria sorte, scrive articoli, lettere e si sfoga soltanto così. Intanto, pensa che gli hanno fatto credere che il lavoro “fisso” è sorpassato, non è più di moda, che deve essere “flessibile”.

Eppure il significato recondito di queste parole nasconde una verità incofessabile: non sei nessuno se non hai qualcuno che ti appoggia, che ti guida, che ti fa da Virgilio nell’inferno lavorativo italiano.

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