RICOSTRUZIONE DEL SEQUESTRO MORO IN 3D: L’ENNESIMA BUFALA

Sono trentasette anni che le Brigate Rosse vengono additate come uniche responsabili del sequestro di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana rapito a Roma la mattina del 16 marzo 1978 nel corso di un agguato in cui persero la vita anche i cinque agenti che scortavano lo statista italiano verso le aule del Parlamento.

Gli uomini della scientifica sono ricorsi perfino alla tecnologia tridimensionale per ricostruire la dinamica dell’attentato e sostenere la tesi secondo cui a sparare contro la scorta di Moro furono quattro brigatisti che, in pochi istanti e senza alcun aiuto esterno, annientarono cinque uomini armati e ben addestrati, senza dare loro il tempo né il modo di reagire.

Una ricostruzione dei fatti, questa, che però non tiene conto delle inchieste giudiziarie. Dei trentasette anni di indagini, di sopralluoghi, di prove raccolte e di testimoni ascoltati che hanno permesso alla magistratura di certificare la presenza, in via Fani, di individui legati ai servizi segreti e impegnati a garantire il rapimento del padre del compromesso storico.

Per quanto si cerchi di attribuire ai terroristi la paternità esclusiva della strage di via Fani, è accertato che il commando quella mattina era composto anche da soggetti esterni alle Brigate Rosse; da killer professionisti capaci di sparare contro la scorta del presidente con rapidità e precisione millimetrica, senza colpire Moro e gli altri membri del commando.

Un’abilità balistica che, secondo gli inquirenti, non poteva essere dei brigatisti, che per loro stessa ammissione erano privi di un particolare allenamento con le armi, in quanto richiedeva un lungo e meticoloso addestramento in azioni di commando tipico dei reparti speciali dell’esercito e dei servizi segreti.

I brigatisti non sarebbero mai riusciti a portare a termine una simile impresa se non fosse intervenuto un aiuto esterno. Se non ci fosse stato per esempio il misterioso cecchino che falciò gli uomini di Moro con quarantanove colpi; se non ci fosse stata la Mini dei servizi a intrappolare le auto della scorta; o i due moticiclisti del Sismi incaricati di proteggere i killer da azioni di disturbo.

La ricostruzione dell’agguato di via Fani sembra quindi l’ennesimo modo per depistare le indagini. Un tentativo maldestro di accusare le Brigate Rosse e nascondere le responsabilità politiche che si nascondevano dietro a un sequestro che aveva tutta la parvenza di essere stata eseguita dal Sismi e non certo da quattro terroristi nervosi e impacciati con le armi.

 

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