Rivendicazioni territoriali, conflitti e migrazioni forzate

Società, culture e «geografia politica» [3°]

Fattori di crisi: Le rivendicazioni territoriali

Le rivendicazioni di uno stato su un territorio sono riconosciute dal diritto internazionale, e uno degli elementi che in qualche modo “giustifica” tali pretese è dato dal fatto che esse si riferiscono a territori su cui uno Stato ha esercitato un diritto sovrano “da tempo immemorabile”.

Secondo Oppenheim tale diritto si giustifica appunto perché il controllo di un territorio è risultato “continuo e incontrastato”. C’è da dire comunque che la cosa non è andata esente da contese, specie quando intervengono questioni di confine, e pertanto spesso tale diritto “atavico” deve comunque essere difeso con le armi. Da ciò si deduce che si tratta di un diritto che non ha un riconoscimento  incontrovertibile. Ma sicuramente, quelle che possono effettivamente portare a una rottura della pace e a stati fortissimi di tensione internazionale sono le rivendicazioni “strategiche”, intendendo con ciò quei territori che uno Stato ritiene vitali per la propria sicurezza militare ed economica.

E’ da osservare, tuttavia, che con le armi in dotazione dagli eserciti moderni, il possesso di un particolare territorio non è più particolarmente significativo. Ma nei tempi passati le cose erano molto diverse; e comunque, sotto il profilo economico potevano, e posso tutt’ora, insorgere conflitti per il controllo o l’accesso a un  fiume  o al mare, oppure anche a importanti risorse minerarie. Ancora foriere di tensioni possono essere le rivendicazioni territoriali cui si mescolano fattori etnici. Per restare fermi a un esempio italiano e fonte ancora oggi di diatribe, discussioni e rivendicazioni etniche ed economiche, si ricorda il caso dei contrasti tra Italia e Iugoslavia a proposito del possesso dell’Istria. Alla conclusione del primo conflitto mondiale (1918) l’Italia ebbe Trieste e la penisola istriana. Ma Fiume fu oggetto di controversia con la Iugoslavia; sotto il profilo strettamente etnico e culturale la popolazione più numerosa è sicuramente italiana, però il porto era ritenuto di importanza assolutamente vitale per gli interessi iugoslavi.

Dopo l’avventura di D’Annunzio, che nel 1919 si impadronì di Fiume, e dopo un certo periodo passato come “città libera”, essa passò all’Italia; ma al termine del secondo conflitto mondiale Fiume fu annessa alla Iugoslavia. Trieste e l’Interland furono divisi tra gli alleati in due zone: la zona A (Trieste e vicinanze) integrata poi con l’Italia, e una zona B, passata alla Iugoslavia.

Tutto ciò per sottolineare come le rivendicazioni etniche e territoriali sfocino poi in tensioni secolari pronte a esplodere alla prima occasione. Ma, al di là di una visione euro-centrica e italiana in particolare, è in Africa che le rivendicazioni etniche e territoriali provocano conflitti di portata epocale che hanno riflessi mondiali. Infatti le guerre etiche o non etniche dell’Africa hanno un impatto devastante sulla popolazione, non solo sotto il profilo del numero delle vittime di guerra, ma anche delle bibliche migrazioni forzate che obbligano milioni di persone ad abbandonare i loro paesi d’origine per cercare rifugio in altri, Europa compresa.

La questione delle migrazioni di un numero sempre più crescente di persone che cercano asilo anche in Italia, costituisce un problema di proporzioni planetarie e non locali. In questo senso la responsabilità dei mass-media nazionali è di notevole portata: essi tendono infatti a focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su fatti che vengono interpretati in un’ottica estremamente miope, rinunciando a una visione più globale del problema e quindi trascurando le grandi migrazioni forzate che l’Africa sta oggi soffrendo, e che costituiscono una delle ragioni di fondo dell’aumento dell’emigrazione, clandestina e non, in Europa e in Italia.

All’origine delle mille “guerre dimenticate” dell’Africa stanno le conseguenze della fine delle amministrazioni colonialistiche, che tracciarono confini tra Stati per vari versi arbitrari. Mentre nel periodo coloniale vi era inter-scambiabilità tra le varie potenze per quanto riguarda l’accesso ai porti e ai fiumi, oggi le cose sono radicalmente mutate. La nascita di Stati nazionali e le necessità economiche di ciascuno di essi, comportano uno stato permanente di conflitto, da sommarsi a quello etnico, per le rivendicazioni territoriali riguardo l’accesso ai fiumi, ai mari e al transito ferroviario, che costituiscono la base minima dello sviluppo economico di un paese. Di qui dunque le guerre etniche e quelle legate a rivendicazioni territoriali: una quindicina di Stati africani non hanno accesso al mare, e ciò costituisce per essi un danno economico gravissimo, come per la Rhodesia e lo Zambia.

ùComunque, sia le guerre etniche sia quelle non etniche dell’Africa pongono un problema talmente vasto e con riflessi mondiali così elevato che sarebbe necessario un maggiore impegno divulgativo in questo senso, perché, quello che accade molto lontano da noi solo “apparentemente” non ci coinvolge: alla lunga però l’enorme numero di rifugiati e di migranti forzati dall’Africa crea ondate migratorie apocalittiche che tutti gli Stati e gli organismi internazionali dovrebbero considerare tra i primari temi da porre quotidianamente sul tappeto e all’attenzione di tutti. Una visione eccessivamente nazionale delle enormi problematiche legate all’emigrazione potrebbe condurre a pseudo-soluzioni che, nel tempo, potrebbero non resistere al vaglio della storia.

Il fatto è che le guerre africane legate alle rivendicazioni territoriali, mentre  suscitano uno straordinario interesse a livello di ricerca scientifica, non trovano altrettanta attenzione presso l’opinione pubblica media, è ciò perché i fenomeni migratori che bussano insistentemente alle nostre porte non vengono indagati e valutati secondo l’ottica più ragionevole: ossia a livello pressoché planetario.

Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia

Note

1) E. Migliorini, Profilo geografico della regione balcanica, Napoli, Librerie Scientifiche, 1965.

2) G. Valussi, Il confine nordorientale d’Italia, Gorizia, Istituto Sociol. Intern., 1972.

3) Assefaw Bariagaber, Political Violence and the Uprooted in the Horn of Africa: A Study of Refugee Flows from Ethiopia, in Journal of Black Studies, 1997, Vol. 28, No. 1. pp. 26-42.

4) Barry R. Posen, Military Responses to Refugee Disasters, in International Security, 1996, Vol. 21, No. 1,  pp. 72-111.

5) Halvard Buhaug, Scott Gates, The Geography of Civil War, Peace Research Institute, Oslo (PRIO), in Journal of Peace Research, 2002, vol. 39, no. 4, pp. 417433.

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